quanto sia utile la produzione industriale – il feticismo industriale

Direi che il dibattito è quanto mai attuale e stimolante…

Credo che l’articolo si riferisca al dibattito attuale in Inghilterra dove, sembra, si voglia riportare l’industria manifatturiera , dopo che la si è dismessa nell’illusione di poter vivere solo di finanza e management. un po’ come nei nostri anni 80 con il mito della società dei servizi e niente fabbriche e peggio ancora senza agricoltura.

L’articolo è molto interessante. Si tratta di un economista inglese che sottolinea come il valore della produzione vera e propria sia oggi ridotto a poca cosa.
Fa l’esempio di una pillola o di un iPhone. Dice John Kay: il costo vero e proprio della produzione in sè e per sè è ridicolo. Il grosso del costo è invece costituito dalla ricerca-sviluppo, dai designers, dai pubblicitari, il trasporto, e tutti i servizi che ruotano attorno al prodotto. Assemblare un iPad o impastare una pillola è un’attività poco redditizia e molto marginale nell’economia complessiva del manufatto finito.

questo il link qui

John Key (forse) non considera che i cinesi, a forza di assemblare iPad o schermi al plasma, hanno però anche imparato a progettarli. Gli asiatici hanno colmato in soli 15 anni un secolo di gap tecnologico-strategico, e ormai la frittata è fatta.
Oggi come oggi io credo che possiamo solo fare joint venture e investimenti a livello continentale, se vogliamo produrre e competere “a livello globale”, nell’infinito gioco delle acquisizioni e partecipazioni.
Ma la storia dell’Euro la conosciamo abbastanza, e il progetto Europeo direi che è miseramente fallito…( voglio solo ricordare l’ultimo episodio di bocciatura dei 600 milioni da destinati alle popolazioni terremotate in emilia).

io personalmente vorrei dedicarmi alla produzione di mozzarella o , meglio ancora, burrate. alla faccia di Kay.

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7 thoughts on “quanto sia utile la produzione industriale – il feticismo industriale

  1. Senza industria un paese non ha ricchezza (propria). Dato che la dismissione industriale è un processo inevitabile nel nostro Paese, il degrado socio-economico è inevitabile. A meno di un shock petrolifero davvero enorme che renda sconvenienti le importazioni. Ma il trend sembra quello di degrado e basta, e maggiori costi sociali ed economici per assistere una popolazione senza (buon) lavoro.

    Per il resto, il 50% del costo di un prodotto “di marca” non è produzione fisica ma intellettuale, virtuale, amministrativa, distributiva. Ma non sono meno importanti della produzione fisica, anzi. Quando si realizzano adeguate economie di scala, in assenza di brevetti, ciò che è ridicolo è il “costo marginale”, ovvero la differenza tra produrre 1.000.000 di automobili e 1.000.001 automobile. Quell’automobile in più ha un costo bassissimo. Però prima le aziende devono raggiungere un livello di produzione adeguato, ovvero, rispetto al loro mercato, non devono essere troppo piccole, altrimenti il loro “costo marginale” sarà più alto.

    ciao.

  2. “A meno di un shock petrolifero davvero enorme che renda sconvenienti le importazioni…”

    …o a meno di una uscita dell’euro, in quanto moneta non in linea con i fondamentali economici della maggior parte degli Stati che ne fanno parte, oltre all’incremento progressivamente insostenibile dell’esposizione debitoria (esposizione prima privata che pubblica, non fraintendiamoci, perchè l’euro forte rende convenienti le importazioni e la dismissione della nostra industria)…
    Che dici, Exodus, te la butto lì come provocazione…visto che oltre agli operai, finalmente anche Confindustria inizia a incazzarsi, dopo l’iniziale euforia per lo smantellamento dei diritti dei lavoratori…

    • Non credo si uscirà dall’euro e non credo che il processo di re-industrializzazione in Italia sia possibile. Nel breve periodo. Nel medio-lungo periodo credo che l’Italia collasserà demograficamente, troppi anziani per pochissimi giovani. Credo che il futuro si sia spostato all’estero, ammesso che all’estero vi sia posto. cmq se avessi vent’anni e fossi privo di appoggi, andrei all’estero vi sono paesi in forte crescita ove manca personale con forte backround tecnico e intellettuale.

  3. senza produzione, per quanto marginale, non esiste nulla. semplicemente.
    le osservazioni fatte da Kay sono , secondo me , semplicemente demenziali.

    sono però possibili grazie alla delocalizzazione tra processo produttivo e finanziario.

    il contadino fa il latte e prende dodici centesimi al litro. ne compro venti e ci faccio la burrata, la vendo a 20 euro al chilo. se sono tra i pochi eletti la vendo a londra e incasso in sterline che qualche furbo investe nel fondo slymilk e magari si copre dall’aumento della burrata con un’opzione. da qui in poi conoscete la storia.

    ma senza il contadino che porta a spasso la mucca Key avrebbe un bel daffare a spiegare al furbetto residente a londra come fare a pagarsi il loft arredato con pezzi di design.
    qualcuno di vecchia memoria potrebbe anche suggerigli ” và laurà babùn!” ( trad. lett. aut ” vai a lavorare barbone!” ). ma al momento sembra tacere.

  4. Il contadino si trova in cina, muore a quarant’anni e guadagna 1 euro al mese. Se si va a vedere qual’è la produzione agricola cinese destinata all’export vengono i brividi. Quanti pomodori, olive,mele…. Venduti come prodotti comunitari perché lavorati in Europa da aziende in joint-venture con aziende cinesi……

  5. l’interesse di pochi, compresi nelle categorie degli speculatori, camorristi o politici di passaggio, danneggia gravemente l’interesse e il bene collettivo.

    il problema è sempre lo stesso, più volte focalizzato dai tuoi commenti: il singolo criminale persegue bene e con efficacia il suo disegno mentre l’identità diffusa del bene collettivo non è capace nemmeno di accorgersi del danno che gli stanno facendo.

  6. Beh, voler instaurare benessere e equità sociale non è uno scherzo, è letteralmente “contro-natura”. Ciò di cui non ci accorgiamo in realtà non è “il danno che ci stanno facendo” ma, ben più semplicemente di quanto siamo stati fortunati a nascere nel posto giusto, in una certa situazione geopolitica favorevole, e in un’epoca storica talmente ricca e prospera che anche in mezzo a innumerevoli ruberie la prosperità è stata cmq diffusa.

    Non è cambiato l’uomo, sono cambiate le condizioni in cui gli stati si muovono e le opportunità di distruzione, furto e devastazione.

    Insomma, finora abbiamo avuto tanta, tanta, tanta fortuna, riservata al 20% della popolazione mondiale. Speriamo per il futuro, ma non possiamo pensare che seriamente l’equità sociale si possa conquistare senza sangue e senza qualcuno in giro per il mondo da depredare per finanziare la nostra “democrazia” e il nostro “benessere”.

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