EXIT

Exit22c

Stato dell’Arte: come già detto ci troviamo in una situazione non-sostenibile, con l’aggravante che non sono consentite vie d’uscita. Ricordiamo rapidamente alcuni dettagli che aiutino a capire la natura dell’ingessamento attuale: l’aggancio monetario a un cambio fisso sopravvalutato (euro) che, di fatto, equivale all’adozione di una moneta estera; i vincoli sul pareggio di bilancio e quelli sulle politiche fiscali, che impediscono l’attuazione di opportune politiche anticicliche.

Chiunque sostenga che l’euro sia solo un pezzo di carta e che tutto si risolverebbe eliminando le tasse o imponendo ai nostri imprenditori di diventare tutti geniali come Leonardo da Vinci (con l’aggiunta di una efficienza produttiva germanica) è un puro ideologo che trascura le minime basi di ragionevolezza economica.
Del resto, se la moneta fosse solo un dettaglio, perché allora non chiedere alla Bielorussia di uscire da una crisi economica adottando la corona norvegese e rinunciando alle politiche fiscali? D’accordo, siamo al paradosso, però a sentire certe posizioni sembra che argomenti come la Moneta e il Saldo delle Partite Correnti siano solo dettagli o questioni meramente filosofiche.

Sempre per rimanere in ambito metaforico è come se ci trovassimo a metà di un guado: o si va avanti o si torna indietro, in mezzo non si può stare. Fuor di metafora: o si completa l’unione politica europea o si torna a maggiori autonomie nazionali.
Qualunque ragionamento finalizzato a uscire dalla crisi, dovrebbe partire da questo punto.

Andare avanti (e quindi seguire il noto paradigma “più Europa”), significherebbe realizzare perlomeno un’unione di trasferimenti, come succede in qualunque Stato Federale. Significherebbe cioè che le zone più ricche dovrebbero colmare il gap rispetto alle aree maggiormente depresse trasferendo risorse. Ma pensate sia realistico convincere i tedeschi, gli austriaci e i finlandesi a trasferire le loro tasse a Grecia, Portogallo, Cipro, Spagna, Irlanda e Italia? Se lo pensate, buon fortuna…anche perché vi sarete resi conto che i tedeschi, dopo aver sbriciolato le economie del Sud Europa con politiche mercantilistiche, parlano sempre più insistentemente di una uscita dall’euro. Nel volgere di pochi mesi sono nati movimenti come Alternative für Deutschland, guarda caso proprio ora che si rendono necessari gli ingenti trasferimenti verso i Paesi in crisi,  al fine di evitare il collasso della moneta unica.

Se, dunque, non si può andare avanti, l’alternativa è tornare indietro. Tornare, cioè, a un regime di valute differenti che conferiscano flessibilità al sistema europeo. Praticamente, la fine dell’Euro.

Allo Stato attuale questa sembra essere l’ipotesi più realistica, tanto che se ne sente parlare sempre più spesso. Al di là di essere o non essere d’accordo, del fatto che l’euro finisca o non finisca, voi capite bene che qualsiasi forza politica dovrebbe aprire urgentemente un dibattito serio su questi temi e proporre soluzioni rapidamente percorribili. Evitare di farlo significa non aver compreso la situazione oppure attendere che siano gli eventi stessi a travolgerci per poi subire decisioni eventualmente prese altrove (come sempre).

Prepararsi a gestire questo tipo di passaggio presupporrebbe organizzarsi a mettere in atto misure che impediscano la svendita del patrimonio nazionale, politiche finalizzate alla protezione dei redditi o alla rinegoziazione degli scambi commerciali con i nostri vicini (tanto per dire).

Come vi potete rendere conto, il punto di vista è chiaramente relativo e in ogni situazione c’è qualcuno che guadagna e qualcuno che perde. Casualmente, la stragrande maggioranza dei cittadini è sempre dalla parte sbagliata. Ma qui si riapre anche il solito tema del problema dell’osmosi tra politica e cittadinanza e dell’esigenza di trovare nuove strade per rafforzare la democrazia e la rappresentanza degli interessi di milioni di persone.

A riprova di quest’ultimo spunto (che abbiamo già trattato in passato ma meritorio di nuovi approfondimenti), ci piace chiudere lanciando qualche “provocazione”, come sempre in tutte le direzioni.
Ai sinistri facciamo notare: ma siete sicuri che chi vi rappresenta stia davvero facendo gli interessi dei più deboli, dopo 20 anni di precarizzazioni, macelleria sociale ed evidente caduta dei salari reali?
Ai destri diciamo: che fine ha fatto il vecchio adagio “No Taxation without Representation”? A fronte delle elevate tassazioni italiane, quanto contate?
Agli stellari abbiamo già detto tutto, evitiamo di ripetere vecchi discorsi su metodi, piattaforme, et cetera.

Annunci

Bonjour, la Francia è in recessione

France22Secondo gli ultimi dati dati dell’Istituto nazionale di statistica francese, anche i transalpini sarebbero entrati ufficialmente in recessione (qui Sole e qui Corriere)

Solo un mese fa arrivavano anche queste notizie sulla situazione in Olanda (qui lo Spiegel)

Questo dovrebbe aiutare a mettere insieme il quadro generale a quanti sono ancora convinti che il problema della crisi non sia di natura strutturale (cioè il modello complessivo di costruzione di Euro ed Eurozona), ma sia soprattutto dell’Italietta sprecona e corrotta, del fatto che non abbiamo completato le riforme strutturali, non siamo concorrenziali nel mondo globalizzato della Cina, abbiamo il Debito Pubblico e tutta la caterva di frasi fatte che i media propinano a disco rotto da mattina a sera.

Beffardamente, stiamo invece toccando con mano che più si insiste con quel tipo di “riforme” e più si peggiora la situazione. Vi ricordate per esempio quando vi dicevano che l’Islanda aveva un sistema bancario moderno ed efficiente mentre noi avevamo un sistema bancario troppo vecchio e tradizionalista? Vi ricordate quando dicevano che dovevamo modernizzarci (magari riempiendoci di titoli tossici)? Alla fine, abbiamo dovuto ringraziare la nostra buona tradizione (bè, non a caso, si può dire che praticamente le Banche le abbiamo inventate noi nel 1400…)

Ah, poi, certo: a detta di chi insiste con quel tipo di ricette economiche, dobbiamo fare ancora qualche sacrificio, ma la ripresa è dietro l’angolo. Come sempre, la fine del tunnel inizia a intravedersi: non subito però, è prevista per l’anno prossimo.

In tutto questo, noi temporeggiamo aspettando le elezioni tedesche di settembre, sperando che la Merkel faccia qualche piccola politica espansiva pre-elettorale e si allenti un po’ la tensione economica. E poi, magari, la Merkel stessa perda le elezioni in favore di una vagheggiata sinistra europeista (senza tener presente che la sinistra tedesca (essendo ovviamente tedesca) non regalerebbe nulla all’Italia, lasciando ai nostri il solito pugno di mosche e le consuete illusioni)

Intanto la gente non ce la fa e, in una situazione di crisi così grave e persistente, ci saremmo aspettati (ma chi? ma quale illuso? 😉 ) che i nostri avessero cominciato a sbattere i pugni sul tavolo nazionalizzando qualche banca e ricominciando a fare un po’ di politica monetaria…

Soros: una lezione da imparare

Auto22

Dalle colonne del Fatto Quotidiano, proponiamo questa riflessione di Alberto Bagnai sullo speculatore Soros dei primi anni ’90. Ripercorrendo quegli anni e mettendo da parte certi assurdi moralismi, si rilegge la Storia per quello che fu: ci agganciammo a un cambio fisso senza potercelo permettere e poi finimmo gambe all’aria.

E’ ovvio: la colpa non fu di Soros e dalla speculazione-finanziaria-cattiva o immorale. Soros fece solo il suo mestiere, dando il colpo di grazia a un sistema che, comunque, era insostenibile.

La domanda da porsi, casomai, è questa: se era chiaro che non c’erano vie di uscita, perchè continuammo a bruciare miliardi e miliardi di riserve per proseguire imperterriti a sostenere il cambio? Chi ci guadagnava?

Non è un problema da poco perché la situazione descritta nell’articolo è molto simile a quella in cui ci troviamo oggi. Piuttosto che ammettere che questo Euro è un progetto fallito, insistiamo nel rimanere agganciati a un cambio fisso lontano dai nostri fondamentali e permettiamo la distruzione di tutto il nostro comparto industriale. Ideologia, interessi, o follia?

A questo punto, ci sono sempre quelli che ti vengono a dire che la colpa è solo nostra perché non siamo virtuosi come la Germania. Ragazzi, iniziate a guardarvi anche intorno: è tutta l’Europa a non essere virtuosa come la Germania. Sono destinati a cadere tutti, ed è solo questione di tempo.

Per non dire che il modello tedesco stesso è insostenibile perché non vive di espansione e crescita interna: vive facendosi trainare delle economie più deboli, attuando in pieno un modello mercantilista. Parassitario.

E non vi illudete nemmeno che se non avessimo avuto il Debito Pubblico ora non saremmo in queste condizioni: impossibile non osservare che Spagna e Irlanda siano andate fallite partendo da una condizione iniziale che non vedeva alcun problema di Debito Pubblico.

Insomma: quando voi costruite un’auto senza freni e poi la mettete su una strada in discesa potete aspettarvi solo il crash finale. Mettete quindi da parte Soros, la corruzione italiana e la virtù tedesca. E’ il sistema complessivo che è stato costruito male e non può reggere.

PS: l’italietta incapace di competere (quella che nell’immaginario dei soliti anti-italiani vive solo di scarpe e borsette) è anche quella che settimana scorsa ha messo in orbita questo. Perchè allora si continua con l’austerità quando ormai persino la TV (e ho detto tutto) ammette che certe politiche sono controproducenti e fallimentari? Perchè dobbiamo vendere tutto in saldo? A chi giova?

Il Debito Pubblico

MoneyDebito2

Nel post precedente riflettevamo sul fatto che il cuore del problema relativo alla nostra Spesa Pubblica non sia tanto costituita dalla quota spesa per il mantenimento dello Stato, quanto piuttosto dalla voce che ci tocca pagare per gli interessi sul debito pregresso (cioè lo stock che, ahinoi, abbiamo accumulato nel tempo).

Viene allora spontaneo chiedersi come e quando si sia potuta accumulare l’enorme massa del nostro Debito Pubblico.

A questo proposito partiamo da queste considerazioni molto ben documentate e approfondite, esposte dall’ottimo Leprechaun (che ringraziamo, e di cui consigliamo sempre anche la lettura dell’interessante blog)

Emerge quello che ormai iniziano a notare in tanti, ossia che il debito sia esploso e e abbia iniziato ad accumularsi in maniera sempre più consistente a partire circa dal 1981, anno del cosiddetto divorzio tra Tesoro e Banca D’Italia.

In sostanza, prima di tale data, la Banca D’Italia interveniva opportunamente nelle aste di acquisto dei titoli di debito emessi dal tesoro per contenere i tassi di interesse. In altre parole, il Tesoro poteva finanziarsi a bassi tassi di interesse.

Dopo il 1981, si è però deciso che dovessero essere i mercati a stabilire le condizioni di finanziamento dello Stato. Ora: é noto che i mercati si propongano di massimizzare i profitti e, da quella data in avanti, abbiamo assistito all’esplosione dei tassi di interesse oltre che alla preoccupante accumulazione del nostro deficit.

Naturalmente Banche e Istituti Finanziari sono i soggetti che detengono la maggior parte del nostro stock di debito. E’ chiaro che se il “mercato” ha deciso che debba espandersi la nostra spesa per interessi, dobbiamo poi tagliare l’erogazione dei servizi per i cittadini (sanità, istruzione, pubblica sicurezza e welfare in generale). Questo equivale a trasferire ricchezza e risorse dagli stessi cittadini verso la rendita finanziaria.

Questo a beneficio di quanti continuino ad affermare che il debito pubblico sia frutto dello stato-ladro, della casta e della corruzione. E anche di quanti sostengano che i politici siano tutti corrotti e i mercati sempre virtuosi.