80 Euro in busta paga

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Si, lo so:  a colpi di deflazione salariale arriveremo a guadagnare 80 euro in busta paga. Fortunatamente, per ora, non ci siamo ancora giunti, anche se siamo sulla strada buona.

In questo caso mi riferivo all’intenzione di farci avere 80 euro in più in busta paga. Be’, che dire, bello, no ? Certo, non fosse altro che abbiamo enormi problemi (strutturalmente insostenibili) che dovremmo risolvere in tempo zero, se davvero volessimo provare a uscire da questa crisi.

Esempio: l’euro è nettamente sopravvalutato per la nostra economia. Ora, non mi dite che se diventassimo più competitivi risolveremmo il problema, eh?! Scusate, ma voi, per caso, andate a comprarvi un vestito di 4 taglie più grandi perché poi ingrasserete? No: casomai, man mano che ingrassate, adeguate il vestito…o no?? La matematica (ma anche il buon senso) suggeriscono la stessa cosa per la moneta.

Dunque, abbiamo l’eurone forte. Sapete cosa significa? Che non produciamo più niente e importiamo di brutto, perché conviene di più acquistare all’estero che produrre a casa nostra.

Ecco: 80 euro in busta paga in più oggi significano maggiori consumi e quindi, in generale, maggiore squilibrio dei conti con l’estero entro pochi mesi. Finita la sbornia (e che sbornia, eh?!), quindi ancora lacrime e sangue. Oppure vi aspettate la ripresa vendendo su eBay le auto blu dei parlamentari ? Che dite, svoltiamo riducendo i costi della politica ?

Ma solo io ho l’impressione che questa storia degli 80 Euro sia la solita trovata elettorale per le prossime europee?

(a parte che poi non ho ancora capito quale sia la copertura per questi 80 euro …)

La verità è che forse vi devono solo tener buoni qualche mese, se possibile, per inocularvi un paio di riformine strutturali, aka (also known as, per i non nativi ditali) tutti quegli interventi volti a smantellare i diritti previsti nella nostra Costituzione.

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La morale è sempre quella

Etica22

 

Per evitare di disperdere i discorsi (qui, qui) in mille rivoli, rispondo nuovamente a UnUomo.InCammino (ma anche ad altri amici) direttamente con un post, per semplificare e concentrare eventuali scambi di idee.

UomoInCammino, riguardo alle tue considerazioni generali su Globalizzazione e Delocalizzazione, a mio avviso commetti un errore di fondo (se interpreto correttamente ciò che poi in genere scrivi).
Come tanti, anche tu alla fine finisci per attribuire questi fenomeni alla moralità e al cattivo comportamento del singolo. Tu in sostanza dici: se tutti si comportassero in maniera “intelligente” e virtuosa non ci sarebbero delocalizzazione, cattiva economia e tutto il resto. Certo è giusto: ma se gli uomini agissero “correttamente”, non servirebbero nemmeno le leggi.  Non ne convieni?

Questo è il punto: non puoi aspettarti che tutti si comportino pensando al bene generale dell’umanità. Non funziona così, purtroppo.

Nello specifico di questo problema, la delocalizzazione è possibile proprio perché è possibile la sfrenata movimentazione di capitali (deregulation attuata negli ultimi decenni). Lo si è reso non solo possibile, ma anche economicamente conveniente per alcuni (e non è difficile indovinare perché)

Il tuo datore di lavoro un giorno viene e ti dice: Io non guadagno abbastanza. Tu non vuoi ridurti lo stipendio? E allora io sposto i capitali e delocalizzo in Vietnam. Capisci?

Come tu hai sottolineato, è ovvio che quando tutti gli imprenditori si comportano così poi non c’è più nessuno che compra i loro prodotti! Ma vedi, il singolo imprenditore non pensa di vendere ai suoi dipendenti: pensa di vendere a tutto il resto della popolazione, credendo che ci sarà sicuramente qualcun altro che comprerà. E’ uno dei problemi del “liberismo”: il fatto che tutti perseguano il proprio bene, non implica il bene per tutti (per Wannabe:  qui tanti, più o meno furbescamente fanno il giochino microeconomia contro macro. Però, come al solito, non quelli seri. Ovvio).

Se aspetti poi che il singolo imprenditore magari si converta anche al buddismo e agisca pensando pure al bene delle piante e degli insetti, questo pianeta diventerà un immenso deserto con 4 multinazionali galattiche e una grande massa di disperati.

E’ sbagliato prendersela con il comportamento “a-morale”, cialtronesco, furbesco di Tizio e Caio. E’ inutile rosicare, incattivirsi e chiedere il rigore assoluto. Anzi: paradossalmente, così facendo, si finisce per fare l’interesse del più scaltro (che non vuole si agisca dove e come veramente servirebbe).

Ma qui si torna a bomba: è necessario capire quali siano i meccanismi economici che regolano queste cose. Per esempio, il ripristino della regolamentazione dei capitali (che infatti avevamo) e di regole commerciali impedirebbero la delocalizzazione selvaggia da subito.
Allora si: in questo modo puoi agire colpendo al cuore del problema, con efficacia e immediatezza. Inveire per il comportamento amorale e l’aneddoto che si legge sul giornale, ripeto, è completamente inutile: significa condannarsi a non risolvere niente.

Ebbene si: l’Economia è una Scienza

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Sollecitato da UomoInCammino nel corso di diversi scambi di battute a tre insieme a Wannabe (lei si, economista per davvero!) eccomi a scrivere qualche riga per ribadire che l’Economia è una Scienza.

Al solito è buffo che debba difendere questa “sciagurata” categoria proprio io, di base più vicino al mondo della Fisica (la trista Ingegneria). Ma tant’è: sicuramente è amore per la Scienza, ma anche preoccupazione per il fatto che la sciagurata categoria di cui sopra si occupa dei miei soldi (pochi…appunto!)

Ok: scherzi a parte, vediamo innanzi tutto come funziona la Scienza, in maniera easy e meno formale possibile.

Di norma, noi ragioniamo con la nostra testa (lo so, non tutti) e quindi non conosciamo perfettamente il mondo, ma lo “filtriamo” attraverso i nostri sensi e i nostri pensieri costruendo una personalissima “idea del mondo”, ossia un “modello astratto” che, ovviamente, non coincide con la realtà vera e propria. La guarda da fuori e cerca di spiegarla.

Ecco, la Scienza replica questo stesso processo: nel suo perpetuo tentativo di capire come funzionano le cose, studia un preciso ambito del mondo e ne astrae un modello, che poi viene proposto e documentato per tutti con il linguaggio chiaro della matematica.

A questo punto, chiunque può mettere alla prova l’idea che presentiamo e verificare che si comporti bene. Il modello deve cioè spiegare e prevedere la realtà che si propone di indagare in maniera corretta, all’interno dei limiti per i quali è previsto che funzioni.

Se nessuno ha nulla da obiettare, la nostra spiegazione verrà accettata dalla comunità che poi la utilizzerà come nuova base per proseguire nel suo processo di conoscenza generale.

Oh: è sottinteso che il nostro modello continuerà a restare valido sino “a prova contraria”. Nel momento in cui chiunque scoprisse che qualcosa non funziona (dimostrandolo), la nostra idea sarà rimessa in discussione: il modello verrà cioè cambiato, sostituito, ampliato o, addirittura, abbandonato! Anche dopo anni di onorata carriera. Questo è il modo in cui la comunità scientifica procede.

E’ tutto chiaro?

Ok, allora adesso sappiate che anche l’Economia avanza in questo stesso modo, esattamente come tutte le altre discipline scientifiche.
Per gli scienziati questo dubbio non sussiste: molti Fisici e Ingegneri costruiscono modelli di previsione per i mercati finanziari, così come ci sono economisti che lavorano su algoritmi per studiare la dinamica delle popolazioni, poi applicata in biologia piuttosto che nel traffico cittadino. Gli scambi tra un ambito e l’altro sono continui, proprio perché il metodo di indagine e il linguaggio della matematica è lo stesso per tutta la comunità scientifica.

A quanti contestano l’Economia, mi sento invece di dire che è fondamentale per il progresso e la risoluzione degli enormi problemi che l’uomo deve affrontare.
I settori di applicazione sono così vasti che si fa fatica a elencarli: non esiste praticamente ambito che non se ne serva.

Molti dei problemi che qualcuno di voi imputa all’economia nascono da problemi di divulgazione della materia sui media e da strumentalizzazione delle informazioni. Non è neanche difficile capire perché ciò accada: ovunque ci siano di mezzo soldi o risorse da gestire, l’avidità è tanta. Ovvio.

Tenete infine presente che, in ultima analisi, le scelte decisionali sono sempre effettuate dalla politica, nel bene e nel male.

sempre meglio che lavorare. | statodidecomposizione

sempre meglio che lavorare. | statodidecomposizione.

beh, devo dire che centra molto l’argomento, parlando di una casta intoccabile e, per sua caratteristica, immune dall’autocritica.

post interessante a cui aggiungo qualche link .

http://www.mentelocale.it/4570-sempre-meglio-che-lavorare/

michele brambilla ci ha scritto un libro ( qui ).

lascio il divertimento ad ognuno di inserire la stringa “sempre meglio che lavorare” in qualche motore di ricerca-

 

Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini

Augustus

Se il taglio/ridimensionamento del Senato non serve per risparmiare soldi, come nei fatti si evince dal post precedente, allora a che serve?

Ma che domande: serve a poter decidere tutto più in fretta, ad avere meno ostacoli negli iter legislativi e burocratici.
In una situazione in cui organi “non eletti da nessuno” ci mandano letterine su ciò che è opportuno FARE, volete che si perda tempo? Se, per esempio (ma è solo un esempio, eh!), la cancelleria di un’altra nazione oppure un potente organo economico-finanziario ci fornisse un suggerimento, sareste così scortesi da non approvarlo immediatamente? Dai, su, non fate sempre gli italiani chiacchieroni, attuate in fretta! Efficienti, veloci!
Il Fiscal Compact c’è già, però mancano ancora un paio di cosucce e poi siamo a posto: proviamo a immaginare molto rapidamente due o tre punti, sempre a caso. Qualche riformina strutturale.

1) Un bel Jobs Act che agevoli la trasformazione di noi pigri-meridionali d’Europa in una fabbrica-cacciavite in stile sud-est asiatico. Infatti, se una multinazionale volesse avvalersi della preziosa maestranza italiana, potrebbe poi sopportare di perdere tempo con leggi, leggine, intralci e normative ? Se uno deve decidere, deve poter FARE: che, scherziamo? Serve smantellare inutili Statuti e avere organi decisionali più rapidi.

2) Privatizzare Sanità, Pensioni e Istruzione (e qui le multinazionali non vedono l’ora di mettere le mani su una torta da paura. Alè assicurazioni, fondi pensione, polizze. Altro che il magna-magna di una banale RCA-Auto)
Sull’Istruzione non voglio dire niente perché mi vien da piangere al pensiero di ridurre a 4 anni un nostro Liceo Classico/Scientifico/Istituto-Tecnico e farlo diventare una High School di 4 anni in stile anglosassone dove, magari, si passa più tempo in palestra che a sudare sangue su un dizionario di greco o latino (è giusto, eh! Mens sana in corpore sano).

3) Svendere qualche cosuccia come Finmeccanica o Eni (l’Eni, ricordiamolo, è un colosso internazionale dell’energia: per noi che siamo privi di materie prime è strategicamente inutile. Maglio cederlo ai tedeschi o ai francesi: loro si che amministrano bene, mica son corrotti e inefficienti come noi)

Dai, non la vedete prender forma? E’ un’italietta più giusta, più moderna, più dinamica. Ah, a proposito: ma è la Fiat che ha comprato Chrysler oppure è l’America che si è presa la Fiat ?