La morale è sempre quella

Etica22

 

Per evitare di disperdere i discorsi (qui, qui) in mille rivoli, rispondo nuovamente a UnUomo.InCammino (ma anche ad altri amici) direttamente con un post, per semplificare e concentrare eventuali scambi di idee.

UomoInCammino, riguardo alle tue considerazioni generali su Globalizzazione e Delocalizzazione, a mio avviso commetti un errore di fondo (se interpreto correttamente ciò che poi in genere scrivi).
Come tanti, anche tu alla fine finisci per attribuire questi fenomeni alla moralità e al cattivo comportamento del singolo. Tu in sostanza dici: se tutti si comportassero in maniera “intelligente” e virtuosa non ci sarebbero delocalizzazione, cattiva economia e tutto il resto. Certo è giusto: ma se gli uomini agissero “correttamente”, non servirebbero nemmeno le leggi.  Non ne convieni?

Questo è il punto: non puoi aspettarti che tutti si comportino pensando al bene generale dell’umanità. Non funziona così, purtroppo.

Nello specifico di questo problema, la delocalizzazione è possibile proprio perché è possibile la sfrenata movimentazione di capitali (deregulation attuata negli ultimi decenni). Lo si è reso non solo possibile, ma anche economicamente conveniente per alcuni (e non è difficile indovinare perché)

Il tuo datore di lavoro un giorno viene e ti dice: Io non guadagno abbastanza. Tu non vuoi ridurti lo stipendio? E allora io sposto i capitali e delocalizzo in Vietnam. Capisci?

Come tu hai sottolineato, è ovvio che quando tutti gli imprenditori si comportano così poi non c’è più nessuno che compra i loro prodotti! Ma vedi, il singolo imprenditore non pensa di vendere ai suoi dipendenti: pensa di vendere a tutto il resto della popolazione, credendo che ci sarà sicuramente qualcun altro che comprerà. E’ uno dei problemi del “liberismo”: il fatto che tutti perseguano il proprio bene, non implica il bene per tutti (per Wannabe:  qui tanti, più o meno furbescamente fanno il giochino microeconomia contro macro. Però, come al solito, non quelli seri. Ovvio).

Se aspetti poi che il singolo imprenditore magari si converta anche al buddismo e agisca pensando pure al bene delle piante e degli insetti, questo pianeta diventerà un immenso deserto con 4 multinazionali galattiche e una grande massa di disperati.

E’ sbagliato prendersela con il comportamento “a-morale”, cialtronesco, furbesco di Tizio e Caio. E’ inutile rosicare, incattivirsi e chiedere il rigore assoluto. Anzi: paradossalmente, così facendo, si finisce per fare l’interesse del più scaltro (che non vuole si agisca dove e come veramente servirebbe).

Ma qui si torna a bomba: è necessario capire quali siano i meccanismi economici che regolano queste cose. Per esempio, il ripristino della regolamentazione dei capitali (che infatti avevamo) e di regole commerciali impedirebbero la delocalizzazione selvaggia da subito.
Allora si: in questo modo puoi agire colpendo al cuore del problema, con efficacia e immediatezza. Inveire per il comportamento amorale e l’aneddoto che si legge sul giornale, ripeto, è completamente inutile: significa condannarsi a non risolvere niente.

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4 thoughts on “La morale è sempre quella

  1. Nasce da un paio di commenti che UnUomo.InCammino ha lasciato oggi su un vecchissimo post redatto su questo Blog (qui), che non sarebbero altrimenti stati visibili. Inoltre da alcuni dei nostri ultimi scambi a casa di UnUomo.InCammino, + un paio di osservazioni verbali fatte da amici che hanno letto il post sulla globalizzazione
    Meglio quindi riordinare il flusso su un nuovo post.

  2. Questa è una pagine interessante.
    Mi interrogo personalmente quasi quotidianamente quali debbano essere i rapporti tra il principio di realtà, l’etica, e la tensione ad un miglioramento, l’utopia e la morale. Altre dimensioni sulla quale riflettere è quella della tensione tra strutturalismo e liberismo, tra impegno collettivo e quello personale.

    Siamo al fatto che l’utopia del comportamento virtuoso collettivo è stata spazzata via dalla distopia dei peggiori comportamenti di massa.
    Le parole di Terzani e di Bertinotti sottolineavano che senza una rivoluzione interiore, nulla è possibile.
    Oh, nulla di nuovo, il viver come bruti è problema congenito alla specie.
    A me piacciono il sarcasmo di Sartori che homo lo appella come Stupidus Stupidus (i latinitsti mi dicono che dovrebbe essere Insapiens Insapiens, diciamo che se fosse così si tratta Che Sartori si è preso una licenza mediatica).

    la realtà è che il problema è molto complesso e dovrebbe essere aggredito su molteplici fronti.
    E questo richiederebbe sacrifici e rinunce, spirito di lungimiranza ma siamo in un contesto in cui, oltre al picco dell’acqua dolce, al picco del rame, al picco del pescato, c’è anche il picco della lungimiranza e della dimensione spirituale degli homo.
    In economia voi conoscete che c’è un conflitto tra risorse destinate agli investimenti e quelle destinate a servizi e consumi. Ora, in una crisi strutturale dovuta all’aver superato, da metà degli anni settanta, la portanza antropica “sostenibile” del pianeta cosa fanno le masse e le classi dirigenti che esse esprimono?
    Rilanciano con la demagogia dei “più consumi(smi)” per tutti, espresso da R., G., B. e altri tromboni quasi quotidianamente, in imprenditori che delocalizzano impoverendo il paese, di consumatori che piglierebbero pure la mamma dai cinesi, etc. etc.

    Sono cinico e ti dico che possiamo sempre rinunciare al raziocinio utopico per continuare con la follia distopica e suicida attuale. Il crollo dei sistemi complessi è straordinariamente documentato e studiato, non c’è alcunché di sconosciuto nel 2014, stiamo solo lavorando alla Babele 2.0.

  3. Capisco “in che senso” tu dia questa risposta.

    Be’, cosa dirti? Probabilmente la nostra è una specie che ha bisogno di trovarsi davvero sul baratro e sperimentare la sensazione del vuoto per capire che rischia davvero di cadere. Si ferma evidentemente solo a 1 millimetro dalla fine, con il chiaro rischio che l’inerzia accumulata non ti dia più il tempo necessario ad arrestare la corsa evitando il salto nel vuoto.

    Lo si è visto con la guerra fredda e il confronto nucleare, lo si vede oggi con tutta una serie di comportamenti ovviamente impossibili da sostenere nel medio-lungo periodo.

    Ideologie.
    Le ideologie del Novecento sono fallite, o meglio: nella pratica erano impossibili da attuare. Ne rimane ancora una: quella di non credere più a niente se non al libero mercato più sfrenato. Ma alla fine, è una ideologia pure questa e, infatti, sta ampiamente dimostrando di non poter funzionare. Noi ne stiamo pagando i danni e gli assurdi eccessi ideologici.

    Sarò triviale, ma alla fine, ti rispondo facendo appello all’unica arma efficace: il buon senso, supportato da una massiccia dose di intelligenza, intesa come capacità (collettiva) di prendere in esame tutti gli aspetti di un problema analizzandolo da ogni punto di vista.

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